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Fumetto mio, quanto mi costi!

11 Aprile 2018 di 

Nell’ultimo articolo abbiamo analizzato quelli che sono i ricavi delle case editrici: fin troppo bello sarebbe il mondo se il bilancio comprendesse solo questa voce. Purtroppo per gli editori, il loro potenziale profitto viene eroso da costi di vario genere, che influiscono in maniera più o meno marcata sul business. Per approfondirne meglio la natura e il potenziale impatto, procederemo analizzando una ad una le singole voci così come sono presentate in bilancio, partendo però da una doverosa premessa.

In primo luogo, è necessario introdurre una delle principali classificazioni dei costi, ovvero la suddivisione in fissi (cioè indipendenti dalle quantità vendute), variabili (all’opposto, direttamente dipendenti dal venduto) e semi-variabili (ossia quelli in parte connessi al volume di vendita). Quanto più elevata sarà la quota di costi fissi rispetto ai variabili, tanto più si sentirà la necessità di incrementare le vendite. Ciò da luogo a strategie aziendali molto diverse a seconda delle caratteristiche di un settore. Per fare un esempio pratico, pensiamo ad un volo aereo e ad un benzinaio self-service.  Ogni volo ha un costo fisso molto elevato (equipaggio, carburante, servizi aeroportuali, etc.) indipendentemente dal numero di passeggeri. Un benzinaio, di contro, ha come costo principale la benzina stessa che eroga (costo variabile): se una notte passano 30 macchine invece di 200 l’impatto in termini di guadagno sarà molto meno rilevante rispetto ad avere 30 passeggeri piuttosto che 200 su un volo.

A questo punto, sorge spontanea una domanda: che tipo di costi gravano sugli gli editori di fumetti? Ahimè, purtroppo nel settore i costi fissi la fanno da padrone. Al di là dei costi fissi della struttura (il personale amministrativo, l’affitto della sede, il commercialista, etc.), il singolo fumetto presenta alti costi di realizzazione. Grafico, editor, pubblicità per il lancio e tutte le altre spese sostenute per dare vita al volume non variano in funzione del numero di albi venduti, rendendo pertanto necessaria la commercializzazione di tante copie sul mercato, soprattutto se l’autore viene pagato a tavola, o con un minimo garantito di royalties. Il discorso è leggermente diverso se l’autore viene invece pagato esclusivamente con una % sul venduto. In tal caso, il compenso dell’autore diventa un costo variabile, al pari della carta usata per la stampa, riducendo il rischio di investimento per l’editore. Seppur banale, questa corposa premessa (che riguarda il cuore del business fumetto) si rende necessaria per capire le politiche di remunerazione degli artisti: in un periodo di forte espansione e diversificazione del mercato come quello attuale, l’offerta di tanti titoli con tirature di vendita minori rispetto al passato rischia di spostare il modello di compensazione per gli artisti sempre più verso il variabile, a discapito del più tradizionale sistema di pagamento “a tavola”.

Fatta questa doverosa premessa, torniamo al tema chiave dell’articolo, ossia l’analisi dei costi. Ripartiamo dalla tabella che avevo presentato in un altro articolo, questa volta presentata con un livello di dettaglio più approfondito dal lato dei costi:


Per semplicità di comprensione, ho mantenuto la stessa nomenclatura usata nel bilancio di esercizio (includendo i numeri relativi alle voci). Mi sono inoltre avvalso di un indicatore, chiamato CAGR, che misura la variazione annua media del periodo, senza tenere conto delle oscillazioni dei singoli anni. Ad esempio nel caso del valore della produzione, che è diminuito dal 2014 al 2015 ed aumentato dal 2015 al 2016, il CAGR ci indica che nel corso del biennio il valore è complessivamente calato mediamente dello 0,6% per anno.

I costi che prenderemo in considerazione nell’analisi di questo articolo sono quelli che, nella tabella, sono inclusi nella voce “B) Costi della produzione (escl. ammortamenti)”. La ragione per cui l’elemento “10) ammortamenti e svalutazioni” è tenuto separato dagli altri è che questo non rientra nel calcolo dell’EBITDA, che è l’indicatore che viene usato per valutare l’andamento effettivo del business. Gli ammortamenti sono un elemento legato agli investimenti fatti dall’azienda (e non alla gestione operativa), pertanto rischiano di fornire una visione “distorta” del reale andamento del business principale. Procederemo ad un’analisi più dettagliata di questa voce quando parleremo di attività e investimenti. Per ora, ci limitiamo ai costi operativi, che andiamo ad analizzare nel dettaglio:

6, 7 e 11 – Materie prime e servizi. Prima di commentare l’andamento di queste voci, è necessario chiarire la scelta di leggerle in maniera integrata. Partiamo dalla differenza tra 6 ed 11: mentre la voce “6) materie prime” rappresenta il costo pagato per acquistare le materie prime, la voce “11) variazione delle rimanenze di materie prime” indica quante materie presenti nel magazzino io ho utilizzato. Quest’ultima assume valore positivo se il mio magazzino è aumentato, e negativo se diminuito. Ad esempio, dei €9.939mila di materie prime spesi nel 2014 ne sono stati effettivamente impiegati nella produzione solo €9.410mila, mentre i restanti €528 mila sono andati ad incrementare il magazzino. L’anno seguente, invece, oltre ai €11.290mila spesi in materie prime è stato necessario attingere a materiali provenienti dal magazzino per €307 mila .

 Riguardo la voce “7) costi per servizi”, si tratta di una categoria molto vasta, che comprende quasi tutte le prestazioni ottenute da altri soggetti individuali o aziende. Ad esempio, rientrano in questa categoria bollette, commercialista, pubblicità, costi dello stand in fiera ma soprattutto lavorazioni di terzi, che potrebbero includere la stampa degli albi o gli stessi pagamenti dovuti agli artisti.




Purtroppo i bilanci non forniscono una spaccatura dettagliata di queste tre voci, ed essendoci la possibilità  che i costi di stampa ricadano in entrambe le categorie, ritengo più esplicativo analizzare queste tre voci congiuntamente, per non rischiare di fare valutazioni errate dovute alla carenza di informazioni. Insieme, materie prime e servizi hanno registrato nel triennio una crescita media del 2,2%, per un totale di oltre 1,3 milioni di euro. In termini di peso, il loro impatto sul valore della produzione è cresciuto di 3 punti percentuali (dal 52,3% del 2014 al 55,3% del 2016), costituendo la principale causa della perdita del 5% di EBITDA Margin sullo stesso periodo (ricordiamo che questo indicatore rappresenta il rapporto tra EBITDA e Valore della produzione).

8) – Godimento beni terzi. Questa voce, che si è mantenuta relativamente stabile nel triennio, solitamente include i canoni di affitto per immobili, veicoli, impianti, etc. Nel nostro caso, tuttavia, è assai più probabile che la componente principale del costo sia quella relativa ai diritti d’autore. Tale ipotesi è supportata dall’elevata incidenza (quasi 20%) che la voce ha sui ricavi totali, e insieme a servizi e materie prime completa il quadro dei costi di produzione del fumetto.

9) – Personale. Con una crescita media del 3,5% annuo, il costo per il personale è passato da un peso del 13,5% sul valore della produzione al 14,6%. Tradotto in termini monetari, si tratta di circa mezzo milione di euro in più all’anno: una crescita considerevole, che in un periodo di inflazione ai minimi storici non si giustifica con l’aumento dei salari. Anche qui, purtroppo le informazioni contenute nei bilanci non forniscono un dettaglio completo della forza lavoro impiegata nel triennio. La maggioranza delle società comunica i dati sull’occupazione esclusivamente nel 2016, mentre alcune non danno proprio informazioni in tal senso: sommando i dati delle 10 che forniscono questo dettaglio, emerge un totale di quasi 100 dipendenti nel 2016, con l’impossibilità di fare un confronto organico con la forza lavoro degli anni passati.

Nonostante sembri difficile effettuare un’analisi precisa sul costo del personale avendo poche informazioni a disposizione, basandosi su quanto osservato in termini di ricavi è possibile provare a formulare un’ipotesi a riguardo. Nel farlo, bisogna tenere presente che quando si parla di personale dipendente non si tratta degli autori (sono in pochi quelli che hanno l’agognato posto fisso), ma di tutte quelle figure che lavorano nelle redazioni o svolgono funzioni di supporto all’azienda. Dai grafici alla supervisione editoriale, dall’amministrazione alla logistica, sono tanti i ruoli “nascosti” che contribuiscono alla catena produttiva editoriale. In un mondo dove tante piccole realtà sono in crescita, è facile immaginare che quando un editore da piccolo inizi a diventare medio si manifesti la necessità di dotarsi in maniera stabile di personale che supporti l’espansione. Tale scelta, seppur necessaria, comporta indubbiamente dei rischi: i dipendenti rientrano infatti nella categoria dei “costi fissi”, rendendo necessaria la realizzazione di un volume di fatturato che sia sufficiente a giustificarne l’assunzione (e il relativo costo).

12) - Accantonamenti per rischi. Il concetto di accantonamento è legato alla necessità di comunicazione veritiera del bilancio: se io sono a conoscenza di un rischio oggi, devo darne evidenza. Non si tratta di un costo che viene immediatamente sostenuto, ma di uno che si ritiene molto probabile lo sarà, e pertanto bisogna far sì che impatti sulla performance come se lo avessi sostenuto. Qualora il costo risultasse poi maggiore o minore del previsto, otterrò un ricavo o un costo straordinario nell’anno in cui da probabile diventerà certo. Ad esempio, se un dipendente fa causa oggi per un importo pari a 20mila euro, e la società ritiene che l’esito della causa sarà probabilmente un esborso di 5mila euro, sarà necessario un accantonamento per rischi pari a 5mila euro. Guardando al settore fumetto, osserviamo una crescita molto alta di questa voce (da 90mila a 290mila euro), per un totale di poco più di mezzo milione di euro accantonati nel triennio. Di questi, la quasi totalità si riferisce alla stima delle potenziali rese. Come mostrato nel grafico, il dato rimane stabile tra il 2014 e il 2015, mentre tra il 2015 e il 2016 cresce di €200 mila. È un’indicazione negativa, in quanto il mercato si aspetta che le vendite del 2016 saranno soggette ad un livello di resi (dove disponibili, ovviamente) pari al triplo rispetto agli anni precedenti.


 14) Oneri diversi di gestione: categoria che viene spesso definita “residuale”, contiene tutti i costi non ricompresi all’interno delle voci precedenti. Ha un peso % piccolo (mediamente meno del 3% dei ricavi), e l’andamento a livello di singola società è molto variabile, senza seguire uno schema comune. Tuttavia, ritengo adeguato soffermarsi sul particolare picco del 2015, dovuto ad un insolito picco su singole società. Potrebbero esserci mille spiegazioni per il fenomeno, e andrebbero domandate ai responsabili amministrativi di ogni azienda, tuttavia è possibile che simili perdite isolate siano dovute ad un evento specifico: le perdite su crediti non coperte da fondi. In altri termini, se l’azienda ha un credito che si aspetta di riscuotere, non fa un accantonamento per rischio (come spiegato sopra). Se il credito viene saldato dal debitore, ovviamente non si presentano problemi. Ma se ciò non accade, e per qualche motivo il credito diventa inesigibile, la società ha delle perdite (ossia un costo) che va a gravare su questa voce. Non ci sono dati certi a conferma di questa ipotesi, ma sfortunatamente potrebbe non essere così lontana dalla realtà.

Come abbiamo visto, svolgere un’analisi sui costi è più difficile che sui ricavi: esistono tanti tipi diversi di costi, a loro volta suddivisi in sottocategorie, e spesso l’elemento può ricadere in voci diverse in funzione della modalità pratica con cui viene esercitato (es: pagamento degli artisti mediante royalties o a tavola). Nonostante ciò, ci sono alcuni elementi che sono chiari:

Nel triennio, l’EBITDA margin cala di 5 punti percentuali. Di questi, 3 sono dovuti a servizi e materie prime, il cui peso cresce di questa misura. Letto insieme alla crescita del numero di volumi immessi sul mercato, l’aumento potrebbe essere dovuto ad un maggior peso dei costi fissi per realizzare i singoli albi, delineando un quadro con più pubblicazioni con una redditività media minore. Tuttavia, se escludiamo i ricavi di cessione diritti, l’incidenza dei costi produttivi rimane stabile. Non avendo informazioni più dettagliate, non si può esprimere quindi un parere certo, ma lo scenario rappresentato non è del tutto inverosimile.

C’è una crescita del costo del personale, che spiega più della metà del restante calo dell’EBITDA. Anche in questo caso, è probabile che la crescita del giro d’affari renda necessario un aumento del personale di supporto, che lavora su una produzione sempre crescente. Va tenuto a mente che, a prescindere che un libro venda 100 o 10.000 copie, necessiterà comunque della stessa cura grafica, editoriale, promozionale, etc.

L’effetto combinato dei due elementi sopra evidenziati non è da sottovalutare. In un mercato che ha visto una frammentazione e un aumento sensibili in termini di offerta, i costi fissi necessari per le singole produzioni rischiano di diventare troppo onerosi per un editore piccolo che ambisce a diventare medio o grande. Ciò implica una serie di possibili strategie (fusioni tra editori, riduzione dell’offerta per singola casa editrice, albi più costosi, riduzione dei compensi agli artisti, etc.): starà ai singoli editori scegliere come approcciare questo passaggio, e quello che sarà l’assetto del mercato tra 3-5 anni ci dirà quali strategie si saranno rivelate le più efficaci.

Alessandro D'Atri

Classe '89, laureato in Economia e Direzione di Impresa presso la LUISS Guido Carli, dove collabora tuttora come assistente. Attualmente si occupa di Business Development nel settore del Travel retail, dopo due anni e mezzo di financial due diligence advisory e un'esperienza di start-up nel settore hospitality.  Dal 2015 al 2017 frequenta il corso di Sceneggiatura presso la Scuola Romana dei Fumetti, terminata la quale prosegue il suo percorso con il collettivo BlackBoard Autoproduzioni, rivestendo il duplice compito di Autore ed Amministratore e Tesoriere.

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