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Andreozzi presenta la collana Timed

24 Maggio 2018 di  Giuseppe Andreozzi

Giuseppe Andreozzi, nato ad Aversa nel 1983. Dopo essersi laureato in psicologia decide di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Frequenta i corsi di sceneggiatura cinematografica e scrittura per la televisione alla Pigrecoemme di Napoli e quello di sceneggiatura fumettistica alla InFormOfArt. Proprio Marco Chiuchiarelli gli offre l’opportunità di lavorare alla sua prima serie, “Mors tua”: una storia di zombie ambientata in Valgardena, arrivata alla sua seconda stagione. Nel frattempo, apre la Creativart school, dove insegna sceneggiatura per il fumetto. Poi è la volta della Shockdom per la quale scrive Black screen e lavora al progetto Timed. 


“A volte mi fermo a pensare a come appare il nostro pianeta visto dall’alto. Quello che mi viene in mente è una vecchia storia.”

Tutto cominciò così, un anno fa. Ero a Milano, in macchina con Lucio (Staiano n.d.R.).  Fu lì, in quell’auto che appuntai l’idea di Rio su un foglio di carta mentale.

Io e Lucio avevamo passato l’intera giornata precedente a discutere dell’ossatura del progetto. Le doppia collana, dorsale e verticale, che avrebbe dovuto costituire il tutto. L’idea di utilizzare autori e stili completamente lontani dal mondo supereroistico come quello evocativo di Giulio Rincione  o delicato di Jessica Cioffi. Noi non volevamo creare qualcosa di già visto, noi volevamo creare qualcosa di nuovo. Tutto quello che c’era a terra era un’idea, quella dei timed, messa in piedi da Salvatore Cervasio e Antonio Sepe, napoletani come me, e un mondo, quello degli stati diffusi, venuto fuori da un racconto di Lucio.

 

Mi chiese di dare a NewState e TheNation un’anima. Mi parlò al telefono per ore delle politiche aziendali dei più grandi brand al mondo. Sapevo che entrambe le filosofie degli stati diffusi avrebbero dovuto avere il capitalismo alla loro base. Quest’ultimo aveva battuto il socialismo e ogni altro modello economico, quindi, non c’era motivo di pensare che quel monolito enorme non dominasse anche il mondo che ci apprestavamo a creare. Una semplice regola: domanda e offerta, risorse e individuo. Ripescai dalla biblioteca alcuni dei libri di Zizek dove, il sociologo russo, aveva espresso alcuni punti di vista sul modello economico imperante. Di fianco c’era un libro di Sterling: cronache dal basso futuro. Mi ritornò in mente un racconto contenuto al suo interno: Allah, il misericordioso, il digitale, in cui l’intero Islam era immaginato come una serie di macchine legate ad un unico apparato centrale. Fu in quel momento che nacque il capitalismo umano e TheNation ebbe la sua filosofia.  Ero consapevole di una cosa:  non volevo che tra i due stati diffusi ci fosse alcuna differenza etica. Niente che portasse il lettore a pensare che c’era un modo di fare buono e cattivo. Non c’erano cattivi in Timed, solo scopi. Tornai alle teorie di Zizek. Nel libro che avevo tra le mani, illustrava una forma di capitalismo definita da lui “Etico”. Da lì, passai  alle teorie economiche di Al Gore. Niente lampadine questa volta, ma alla fine anche NewState ebbe la sua anima nella forma del Capitalismo responsabile.

 

L’idea iniziale era quella di dare a ognuno degli stati diffusi un volume della dorsale. Alternare gli agenti di NewState e TheNation come protagonisti della storia. Continuavo però a ripetermi che non era il mio obiettivo. Niente buoni, solo scopi. Per riuscirci avevo bisogno che entrambi gli stati diffusi apparissero nello stesso numero, in modo che il lettore potesse mettere il loro modo di pensare e di agire a confronto. Costruii quindi una storia su un doppio binario, dove il secondo, che riguardava le azioni della controparte, risultava invisibile fino alla metà del volume. Decisi che quella sarebbe stata la struttura che avrei adottato per ogni numero della dorsale, alternando solo il binario che avrei deciso di mostrare per primo.

 

Toccava ora all’altra collana, la laterale. Lì eravamo non nello stesso campo da gioco e nemmeno nello stesso sport. L’azione , la fantapolitica, venivano abbandonate a fronte di storie più umane incentrate sulle persone e sui Timed che vivevano all’interno del nostro mondo. Ma ognuna di queste storie doveva far parte di un quadro molto più ampio da svelare pian piano. La collana “Timed” doveva essere una raffigurazione del giudizio universale; talmente immenso che bisogna fare parecchi passi indietro per ammirarlo in toto.

Marco Rincione era in cima alla lista degli sceneggiatori in grado di incarnare perfettamente l’altro leitmotiv della serie. Il suo stile intimo toccava le giuste corde che volevamo fossero smosse. Ci inviò tre soggetti: vite di carta, il canto delle onde e l’ultimo tramonto. Tre storie legate da un tema comune, l’amore, in tutte le sue forme. La trilogia degli amanti.

Poi fu il turno di Dieter è morto. Bisognava raccontare anche la reazione del mondo alla presenza degli esseri con i superpoteri e come la paura sarebbe stata parte di questa reazione complessa. Federico Chemello e Maurizio Furini presentarono una storia interessante. Un giallo costruito all’interno di un liceo, dove un ragazzino viene ucciso perché scambiato per un Timed, mentre il vero Timed, dotato del potere di interfacciarsi con i dispositivi elettronici come gli smartphone, indaga per scoprire la verità. Entrambi gli sceneggiatori sarebbero stati in grado di muoversi bene all’interno di narrazioni forti. Lo avevano dimostrato in I am Spank. Alla fine, decidemmo che la storia sarebbe stata un perfetto prequel per uno dei Timed apparsi all’interno della dorsale. A realizzarlo scegliemmo lo stile teen di Agnese Innocente, perfetto per creare un mondo all’apparenza candido ma buio dentro.

 

Era passato un anno. 365 giorni, proprio come il titolo dell’ultima storia che avrebbe chiuso il ciclo. La prima, in realtà, in ordine creativo, perché partorita prima che shockdom decidesse di dare a tutto un contesto più grande. Lorenzo Palloni e Paolo Castaldi erano i prescelti per raccontarla. Parlava di due ragazzi e delle loro scelte su come utilizzare i loro poteri e della ricerca del proprio posto nel mondo. Con Lorenzo decidemmo di ambientarla in una Buenos Aires, divenuta una moderna Berlino.  Uno degli snodi cruciali nella escalation della seconda guerra fredda.

Palcoscenico e quinte erano pronte, ora bisognava solo alzare il sipario. Ripensai alla storia umana e a come si ripete. A due spie, residuo della prima guerra fredda, sedute al tavolino di un bar di Rio, ritrovarsi in un enorme deja vu. Alla sensazione di risvegliarsi da un coma, da un’ubriacatura e scoprire che alla fine,  a parte qualche cartello, il mondo non è cambiato.

 

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