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28 Febbraio 2018 di  Redazione

Ciao Beppe come incipit direi di raccontare come e quando ti sei avvicinato al fumetto.

Da piccolo con la famiglia partimmo per il nord in visita di alcuni nostri parenti milanesi. Mio zio conservava una pila di zagor dietro la porta della camera da letto. Mio padre passava il tempo a leggerli, io a guardare i disegni, incuriosito. Per qualche strana motivazione non riuscivo a capire che ero io a dover “Far scorrere” la storia prestando attenzione a ciò che era scritto all’interno dei baloon. Poi, un giorno, senza che nessuno mi avesse spiegato nulla, quasi come si trattasse di una prova tribale da superare per entrare in quel mondo, il mio cervello fece: Eureka!. Subito dopo arrivò Dylan Dog. I miei genitori me ne compravano uno ogni volta che prendevo un buon voto a scuola. Ricordo che non dormii la notte dopo aver letto la zona del crepuscolo. Il passaggio al mercato americano, che poi ha maggiormente influenzato la mia scrittura, è avvenuto durante l’adolescenza. A quel tempo frequentavo l’accademia di musica e una delle persone che frequentavo di più era un batterista di un gruppo indie della zona, gran lettore di comics. Un giorno ne vidi uno, poggiato sul pianoforte che aveva nella sua camera. Sulla copertina c’era un uomo nudo, con gli occhiali da sole, che si trascinava in un vicolo dopo quella che sembrava una sbronza coi fiocchi.  Gli chiesi: “Tino, ma di che parla Preacher?” e lui fece la miglior recensione per portarmi a voler assolutamente conoscere quella storia: “E come te lo spiego, Peppe?”. Era finita.

I volumi da te sceneggiati sono molto diversi per genere e struttura quali sfide hai dovuto affrontare per interpretare al meglio dei soggetti così lontani tra loro?

Io credo che, da qualche parte, all’interno di ogni autore, ci sia un luogo. Immaginate qualcosa in stile quel capolavoro che è “La locanda alla fine dei mondi” creata da Gaiman sulle pagine di Sandman, dove ognuno può mangiare, bere, giocare con i propri autori, personaggi, registi preferiti. Al centro di questa stanza ci sei tu, che porti le tue esperienze, la tua tecnica, i tuoi punti di forza e le tue debolezze. Lo studio di ogni autore, o almeno quello che credo sia giusto fare, è cercare di allargare sempre più le pareti di quella stanza e far sì che possa includere sempre più ospiti. Affrontare sfide diverse, generi diversi, vuol dire nient’altro che cambiare stanza o tavolo. Avvicinarsi a un personaggio, piuttosto che a un altro. Poi alzarsi, mettersi in un angolo, da soli. Fare nostro quello che si è imparato. Diversificarlo o anche rinnovarlo in certi casi. Perché il centro, sei sempre tu.

Con quale autore del passato o del presente ameresti collaborare e perché?

Uno? Posso concedermi qualche risposta in più? Sean Gordon Murphy: perché è come il nero, sta bene su tutto. Alan Moore: perché è la Storia del fumetto. Joe R. Lansdale: perché deve essere uno spasso scrivere spalla a spalla con lui. Infine, essere assunto, nel 1800, come assistente di Alexandre Dumas e vederlo giocare con tutti i meccanismi della serialità televisiva moderna.

Come nasce un fumetto? Da dove prendi ispirazione? So che ami molto Philip Dick ma oltre a lui quali sono i tuoi maestri di narrazione?

Da una domanda. E la domanda è: “Perché?”. Ci sono migliaia di storie a questo mondo, quindi, la prima cosa che chiedo a me stesso è: perché, nell’oceano infinito di narrazioni esistenti, anche la mia merita un posto e la giusta attenzione? Credo che la risposta a questa domanda faccia la differenza tra un opera che resisterà alla tempesta, da un'altra che verrà spazzata via alla prima marea. E credo anche che il lettore percepisca la domanda e ne intuisca la risposta e che alla fine è proprio lui a salvare quella storia al tempo e alle onde. E’ come per cappuccetto rosso. Ora, confesso il mio amore per Philip Dick, non me ne vogliano gli Asimoviani. A livello cinematografico, ho fatto di Kubrick e Nolan una religione. Ho studiato i loro approcci alla storia e i metodi di narrazione. Adoro la piccola poesia fredda della vita quotidiana di Carver che mi è stata utilissima per Black screen, tanto quanto Kafka, un cui passaggio all’interno di un suo scritto, mi diede l’ispirazione per l’atmosfera d’angoscia e inquietudine che spero permei l’intero racconto . Se potessi esprimere un desiderio, vorrei avere un briciolo della capacità dialogica di Eduardo de Filippo. Dopo la scoperta del mercato americano, sono cresciuto con la foto di Warren Ellis seduto al bancone del bar, sulla scrivania (preciso che non c’è per davvero). Per ultimi, anche se non meno importanti, i Wu Ming, Dumas, Johnathan Hickman e Alan Moore.

Tu hai detto di aver sempre amato questo strumento espressivo, ma cosa ti appassiona di più: tratto, colori, la storia o le parole con cui è raccontata?

In realtà è qualcosa di diverso. Senza scomodare Warhol, noi viviamo ormai da un po’ nella società delle immagini. Tutte le forme d’arte che hanno preso piede nel secolo precedente, fanno dell’immagine la struttura portante della narrazione. Basta pensare al cinema, la fotografia, i fumetti, per l’appunto, e i videogiochi (anche se questi meriterebbero un discorso a parte). Proprio il fumetto credo sia il ponte perfetto tra passato e moderno. Il giusto compromesso tra autore e lettore. La possibilità di sfruttare l’immediatezza, l’impatto e la potenza visiva della narrazione moderna con l’intimità, la profondità del passato.

Ai tuoi alunni in classe qual è la prima cosa che raccomandi quando devono scrivere una sceneggiatura?

Di tenere ben chiaro, sempre, cosa vogliono raccontare. Nella saga della torre nera di King, Roland, il protagonista, ripete sempre una frase: tutto serve il vettore. In una storia è un po’ lo stesso. Se non hai chiaro di cosa stai parlando, il fine e lo scopo unico del tutto, prima o poi finirai per perderti tra le milioni di possibilità che una narrazione ti offre. Come ecosistema noi siamo tutti sotto lo stesso cielo. Una storia dovrebbe funzionare alla stessa maniera, anche se di quel cielo ne racconta solo una parte.

Qual è secondo te un errore abbastanza comune e quale un errore che non bisognerebbe commettere mai quando si scrive?

Ridondare, ovvero sottolineare con le parole ciò che è già ben visibile osservando le immagini. Era qualcosa che nel cinema di vecchia generazione capitava spesso. Non esistendo sceneggiatori, i registi si affidavano agli scrittori che non avevano la cultura dell’immagine. Martin Scorsese in “Quei bravi ragazzi”, prende, almeno a mio avviso, un po’ in giro questo modo di fare.

Quali progetti hai in cantiere?

In primis il seguito di Rio, che porterà avanti la dorsale di Timed. Ho poi da poco completato una graphic novel insieme alla bravissima Chiara Raimondi e che vedrà la luce quest’anno. Si tratta di un “adattamento” del romanzo “L’agente segreto” di Joseph Conrad. Una storia che vedo attualissima ancora oggi. Se ho usato le virgolette alla parola adattamento è perché se anche la storia riprende i personaggi e il fulcro del racconto di Conrad, sposta l’intera narrazione nel presente e cambia lo svolgere della vicenda, facendogli prendere le sembianze di un breaking bad con i terroristi. Pone l’accento sul lato umano, sui contrasti che possono nascere con la propria cultura di appartenenza (e intendo tanto quella occidentale che mediorientale) e sulle forze che spingono l’animo umano e il nostro mondo.

 

Qui trovi le sue opere

 

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