Firefighter 1° e 2° parte
Autore Stella Doppia | 21 maggio 2013
Quando sono arrivati è successo di tutto. La gente è fuggita presa dal panico cercando scampo anche dove non c’era.
Per noi, la frase “mettiti in salvo” è rimasta come sempre proibita. Per quelli come me intendo: io sono un pompiere!
Durante e dopo la guerra abbiamo lavorato come dannati. Ci sono stati incendi e distruzione ovunque e tanti di noi ci hanno lasciato le penne. Insieme a un gran numero di civili.
Abbiamo fatto comunque il nostro dovere e siamo riusciti a soccorrere molti nostri concittadini. Purtroppo non tutti.
Quando le acque si sono calmate, quando la guerra è finita e l’abbiamo persa, tutto è tornato come prima. E per un certo periodo di tempo il nuovo governo ci ha lasciati stare, avevano altro a cui pensare.
Solo negli ultimi tempi, gli Oren, terminata l’organizzazione del nuovo esercito terrestre, sono passati alla pianificazione dei servizi civili. Così hanno aggiornato le nostre procedure di intervento, e le nostre attrezzature.
È pazzesco, per anni ti abitui a lavorare in un modo e poi questi vengono dallo spazio a dirti che hai sbagliato tutto. Ecco… a dire il vero non proprio tutto, solo alcune cose. In ogni caso rimane uno schiaffo che ferisce l’orgoglio. Gli Oren non mi piacciono e non mi piaceranno mai. Non posso farci niente.
Quando vengono al Comando, vestiti di nero, con quelle facce che hanno qualcosa di inumano anche se in tutto assomigliano a noi, pensi che davvero c’è qualcosa che non va. Pensi che qualcosa deve cambiare. Poi ci rifletti, hai una famiglia a casa che ti aspetta, e sai che i ribelli sono tutti finiti male. Perciò non ti conviene reagire. E poi i ribelli sono stati degli eroi, ti chiedi? No! Sono stati degli stupidi.
A me i vecchi pompieri hanno insegnato a restare vivo per avere la possibilità di salvare il prossimo. Perché i morti non salvano più nessuno.
E fino a oggi, ho continuato a svolgere il mio lavoro cercando di pensare il meno possibile alla politica.
Ma ora la situazione sta cambiando di nuovo. E in peggio.
Gli Oren ritengono che acqua e schiumogeno per spegnere gli incendi siano mezzi obsoleti. Loro usano la bomba.
Anche questa è dura da mandar giù. Quando, in passato, un terrorista metteva una bomba chiamavano gli artificieri… e a ruota chiamavano noi, con i nostri mezzi carichi di acqua e schiuma.
Gli Oren, invece, ci hanno imposto la loro procedura: quando brucia qualcosa di grosso, tipo una fabbrica o una serie di capannoni deposito, e noi siamo lì con le idro schiuma e tutti i tubi stesi per terra, li vedi arrivare dall’alto con un ricognitore.
Passano al bioscanner la zona, per rilevare la presenza di umani coinvolti nel disastro e poi lanciano la bomba.
“La bomba mangia ossigeno”, come la chiamiamo noi, è più facile. Perché il nome Oren è: Trokksdraker. Mi viene da ridere solo a pronunciarlo, sembra il nome di un nano ammazzadraghi, vomitato da uno stupido racconto fantasy.
Eppure funziona: crea una bolla e distrugge tutto l’ossigeno soffocando l’incendio. Noi siamo protetti da maschera e bombola e non corriamo rischi. O almeno questo è ciò che ci hanno detto. Ma sarà vero? Siamo sicuri che la bomba distrugga solo l’ossigeno? E siamo sicuri che non diffonda nell’aria qualcos’altro? Magari robaccia che agli Oren non fa niente mentre a noi, col tempo ci ammazza?
Le voci che circolano in giro sulla loro tecnologia sono inquietanti. Gli Oren dicono che è tutta opera dei disfattisti. Che sono menzogne messe in giro dai ribelli prima che la ribellione venisse stroncata.
Non lo so. Non so più di chi fidarmi. So solo che quei bastardi, una volta hanno sbagliato. Il loro bioscanner non ha rilevato tre operai di una fabbrica e quando siamo entrati noi, a incendio spento, li abbiamo trovati con gli occhi fuori delle orbite, morti cercando invano quell’ossigeno che non c’era più.
Poveracci.
Ho provato rabbia per come sono finiti quei disgraziati. Con l’acqua e la schiuma avremmo potuto salvarli.
Ci è stato detto che era una perdita accettabile perché noi avremmo impiegato molto tempo a estinguere le fiamme e comunque, alla fine, quelli magari sarebbero morti lo stesso.
Bah, andiamo avanti.
Ma che sto dicendo? Ho troppi dubbi che mi assillano? Penso spesso alla mia condizione. Penso a quello che abbiamo accettato collaborando con i conquistatori.
Io, per esempio, lavoro ancora nonostante abbia sessantotto anni di età.
Che c’è? Credete che sia impossibile? Niente è impossibile per l’Impero Oren.
I pompieri prendono delle pillole speciali tutti i giorni. Era inutile formare troppi giovani per sostituire i vecchi. I giovani servono per l’esercito imperiale. E noi che sappiamo fare il nostro lavoro serviamo qui. Grazie alle loro pillole ho sessantotto anni ma me ne sento addosso quarantacinque.
È una buona cosa, direte voi. Non ne sono sicuro, dico io. Anche qui le voci messe in giro dai disfattisti dicono che a un certo punto c’è un tracollo, il fisico ti molla all’improvviso e muori nel giro di due giorni. Sarà vero? Vi assicuro che è vero. Qualche collega è già morto.
Ma la gente si adatta alle situazioni difficili e spesso, in questi casi, si trova la giustificazione che più le piace.
“Ci metto la firma a diventare vecchio sentendomi ancora giovane, in forze e pieno di attività. Quando poi deve succedere, un colpo secco e via” diceva un mio amico, è morto proprio ieri. E proprio come dicevano i disfattisti.
Le persone si sono adattate al nuovo ordine mondiale, è un po’ come la storiella della rana nell’acqua calda che sopporta senza reagire, finché muore bollita.
Ebbene, io non voglio finire come quella rana. Domani tenterò qualcosa, non so ancora cosa. E non so se la gente capirà.
Sono sicuro che gli oren diranno che ero un terrorista, uno che voleva danneggiare la società perfetta che ci hanno offerto.
Bene! Questo è senz’altro meglio che essere ricordato come una rana bollita.
E questo mi farà sentire, forse per un breve istante, di nuovo il padrone di questo vecchio pazzo mondo. Padrone, insieme a tutti gli altri uomini e le altre donne. Come era prima. E finalmente, cosa più importante, mi sentirò libero da quei maledetti alieni.
Da quei maledetti Oren.
Il tempo passa e tu non riesci a cambiare il mondo. E sai che devi fare qualcosa prima che il mondo cambi te.
Sono davanti al mio armadietto aperto in caserma. Gli altri pompieri stanno indossando l’uniforme, come me. Siamo al cambio turno. Guardo la mia immagine riflessa nel piccolo specchio che di solito uso per radermi.
Sei convinto di quello che stai per fare? Mi dico.
Sono convinto, ma sento una profonda tristezza.
Lara, stamattina, l’ho lasciata dormire. Forse avrei dovuto dirle qualcosa, prima di venire al lavoro. Perché questa volta non tornerò a casa. Lo so.
Ho pensato anche ai miei figli: un uomo di sessantotto anni dovrebbe essere un nonno circondato dai nipoti. Invece i miei figli non hanno messo su famiglia; si sono arruolati nell’esercito imperiale e non li vedo da due anni. Sono là, da qualche parte nello spazio. Ma come fa Lara, a resistere? Me lo chiedo spesso.
Alla fine ho aperto la porta, sono uscito e l’ho richiusa dietro di me. Lei non sa che me ne sono andato per sempre.
«C’è il controllo dell’idro schiuma due, oggi» mi dice il capo squadra, è ad alcuni metri da me e parla con voce urlata. Diciamo che non è un tipo raffinato. Ma è una brava persona, mi dispiace coinvolgerlo in questo casino.
«Proviamo i mezzi e, dopo il caffè, pensiamo al due, Stig».
«Bene».
Sono già passati quindici minuti, ho appeso la mia attrezzatura alla rastrelliera e sono seduto al posto di guida sull’idro schiuma due, che è acceso. Il rumore del motore, unito a quello degli altri mezzi copre i discorsi dei miei colleghi. Li vedo nello specchietto intenti a provare il gruppo oleodinamico per gli incidenti.
Devo aspettare. Devo dar loro il tempo di rimettere tutto a posto e chiudere le serrande.
Penso solo agli Oren, in questo momento, e a tutti quei mostri che si portano dietro. Sì! gli alieni reclutati sui mondi assimilati che vedi girare per le strade con l’uniforme imperiale. Tutti insieme sono responsabili di un genocidio, il nostro genocidio. E anche noi siamo responsabili, perché abbiamo accettato questa normalità. E ora molti terrestri, affiancati ai Gridon, ai Nastrya, ai Pvarr, aiutano gli Oren ad conquistare interi sistemi stellari chissà dove. E i miei due figli sono con loro, a combattere.
Non me la sento più di lasciar correre senza fare niente.
Nessuno si è accorto della sacca che tengo dietro al mio sedile. Anche perché ho spento il rilevatore di radiazioni. La mia sacca contiene un potente magnete a bassa intensità radioattiva. L’ho rubato durante un incendio. Sapevo che mi sarebbe servito e sapevo che non si sarebbero accorti della sua sparizione. Quel giorno non hanno fatto in tempo a usare la bomba mangia ossigeno perché il capannone è esploso. Io ho staccato il magnete da una macchina contorta, distrutta, sparpagliata insieme a detriti e parti di struttura metallica.
Dicono che un forte magnetismo può danneggiare i gomoth che ci hanno impiantato, mettendo a rischio le nostre vite. Non ci credo. Sono convinto che ognuno di noi sia controllato attraverso i gomoth. E sono convinto che il magnete faccia azione di disturbo interrompendo questo controllo.
Bene! Lo scoprirò fra un secondo, appena partirò per la mia pazzia. Se mi uccideranno con un comando a distanza, usando l’impianto che ho addosso, vorrà dire che il magnete ha fallito e che io mi sbagliavo. Se invece ho ragione, sarò un terrorista che riesce nella sua azione. Giuro che non l’avrei mai fatto se sulla Terra fossimo ancora tutti, solo esseri umani.
Svoltano entrando all’improvviso dal grosso portone. Sono tre imperiali. Un supervisore in nero Oren e due Nastrya di scorta.
Non me l’aspettavo. Ma non cambia niente, vado avanti col piano. Do un’occhiata veloce intorno, gli altri hanno rimesso tutto a posto. Inserisco la presa di forza. Attivo il cannone. Accendo i lampeggiatori e la sirena. Vedo l’espressione sbalordita sulla faccia dei miei compagni mentre parto. Lanciato al massimo verso la sbarra, ancora abbassata, della nostra uscita. I tre imperiali mi guardano torvi, non li considero perché non lo meritano.
Sfondo.
La sbarra si spezza. Va in briciole. Il bisonte che sto guidando è inarrestabile.
Spengo tutta la tecnologia Oren. L’idro schiuma può volare, ma io voglio che quei bastardi si ritrovino addosso un camion dei pompieri della vecchia Terra, di quelli che un tempo non volavano.
Spengo anche il computer collegato alla rete. Avrei dovuto farlo prima, ma meglio tardi che mai. E so che su questo mezzo non lo ripristineranno in automatico. Non è un carro militare.
Schivo veicoli di ogni genere. Nonostante la sirena fanno fatica a spostarsi.
Un sibilo che arriva dall’alto attira la mia attenzione. Guardo fuori dal finestrino. Un ricognitore Oren. Sono stati svelti a gestire l’emergenza, come al solito.
Davanti a me c’è il sottopassaggio.
Entro.
Il ricognitore è tagliato fuori per il momento… ma chiamerà i rinforzi.
Nel sottopassaggio i veicoli si mettono da parte per farmi passare. Le persone, sui marciapiedi o in uscita dai negozi, mi guardano. Tutti credono che io vada su un incendio.
Esco di nuovo all’aperto. Vedo il mio obiettivo. E in alto nel cielo vedo che i ricognitori sono diventati tre. Sono sicuro che mi stanno chiamando ma io, la radio, non l’ho mai accesa.
Due lampi accecanti mi sfiorano. Due esplosioni sventrano l’asfalto e i detriti battono sulla carrozzeria del mio mezzo. Sbando. Poi riprendo il controllo.
Ormai sono sull’obiettivo. A cinquanta metri da me c’è un centro di comunicazioni Oren. Non vogliono umani a lavorare là dentro. Meglio così.
La recinzione è debole per l’idro schiuma. La travolgo e accelero, se esito i prossimi lampi segneranno la mia fine.
L’edificio è completamente a vetri. Fracasso tutto. Tutto va in frantumi, il cristallo schizza ovunque. Schiaccio le pareti divisorie, le scrivanie e le delicate apparecchiature elettroniche… e alcuni Oren, che nella paura assomigliano un briciolo di più a noi.
Mi fermo. La resistenza delle macerie mi blocca.
Manovro velocemente il cannone e sparo acqua. Solo acqua, in modo che la pressione sia massima. Bagno tutto causando ancora più danni a questo maledetto concentramento di elettronica.
Sento lontane le sirene dei miei colleghi che accorrono, di sicuro insieme alla polizia. E a tanti Oren.
Ho fatto proprio un bel casino. Se lo ricorderanno.
Apro lo sportello con fatica. Ci sono le rovine che premono facendo resistenza. Spingo e riesco a ottenere il varco necessario per uscire.
Zoppico. Lo scontro frontale non mi ha fatto bene. Cerco di allontanarmi ma non ho scampo: arrivano alcuni Nastrya.
Era meglio trovarsi di fronte gli Oren. Dai movimenti rapidi e felini di un Nastrya non ti salvi. Lo so.
Uno di loro spara con la sua arma. Il mondo esplode intorno a me, non sento più il suolo sotto i piedi e questo forse per un secondo. Poi il suolo lo sento sbattere contro la mia nuca.
Questa volta mi hanno fatto proprio male. Vedo opaco e vedo il sangue. Ho il sangue negli occhi, sento dolori dappertutto.
È finita, mi dico.
La figura in controluce che si affaccia sopra di me la distinguo male. Si avvicina, con difficoltà metto a fuoco. È un poliziotto.
Mi prende il braccio e appoggia qualcosa di freddo. Sento una scossa.
«Tranquillo amico, ce la farai» mi dice.
Poi si alza e mi da le spalle, vedo che parla con gli Oren giunti in quel momento. E vedo arrivare l’ambulanza. Scendono dottori e infermieri e vengono verso di me. Ci sono anche i miei colleghi. Li vedo sullo sfondo scendere dai mezzi per portare soccorso nel disastro.
Le forze mi abbandonano.
È il buio.
Un buio che continua per un tempo indefinito.
«Riesci a sentirmi?»
Apro gli occhi e le palpebre sembrano pesare una tonnellata. Vedo ancora un po’ sfocato e i dolori sono quasi svaniti del tutto. Muovo lentamente il collo, non riesco a capire dove mi trovo. Sono sdraiato su un lettino. C’è gente intorno a me. Sono vestiti di bianco e sembrano tutti umani.
«Come ti senti?» mi chiede lo stesso che aveva parlato prima.
«Come se un treno mi avesse scambiato per le sue rotaie» rispondo io.
«Non ne dubito, abbiamo faticato parecchio per riuscire a salvarti. Devi la tua resistenza ai gomoth che ti hanno impiantato».
«Dove mi trovo? Sono in arresto?»
«Sei morto. O almeno, questo è il tuo stato attuale e ufficiale, per l’Impero» dice un altro, alla mia sinistra.
«Chi siete?» chiedo e intanto guardo oltre di loro. Per capire dove mi hanno portato. Questo non è un ospedale, sembra una struttura clandestina. Non ci sono finestre, ci sono solo bocche di areazione. Forse siamo sottoterra.
«Hai sentito parlare dei ribelli, vero?»
«Ho sentito che li hanno uccisi quasi tutti» dico «e che i superstiti stanno marcendo nelle prigioni speciali Oren».
«Hanno ucciso molti di noi, ma non sono riusciti a soffocare la ribellione» l’uomo che parla ha modi rassicuranti. Continua: «le nostre identità sono azzerate, qui dentro siamo tutti morti per l’Impero. Siamo dei fantasmi. Siamo la ribellione che si riorganizza lentamente».
Sono felice di essere ancora vivo ma ci sono alcune cose che non tornano. Loro si accorgono dei miei dubbi, infatti il capo incalza.
«Io comando questa cellula. Mi chiamo numero 1. Abbiamo abbandonato i nostri vecchi nomi, questo alla mia destra è numero 5, lui, invece, è numero 8».
«Io mi chiamo Stein» interrompo la conta «devo scegliermi un numero?»
«Sì, ma c’è tempo» sorride numero 1.
«E io sono numero 2» dice un altro che stava dietro a tutti e che viene avanti facendosi spazio. Ha gli occhi con l’iride rossa… è un Oren! Tutti notano il mio smarrimento e vedono i miei muscoli contrarsi di rabbia.
«Lui sta con noi» dice numero 1, «molti Oren non simpatizzano per l’Impero e si sono uniti alle nostre cellule».
Mi calmo. Non ho altra scelta che fidarmi. Qualcosa mi dice che sono sinceri. E poi, se fossi ancora nelle mani dell’Impero dopo aver attentato al sistema, sarei morto.
«Come avete fatto a portarmi qui? Ero stato catturato».
«Ti tenevamo d’occhio da un po’. E anche gli Oren lo facevano, parlavi troppo, mostravi insofferenza. Non ti avrebbero lasciato libero ancora per molto. E ora sentono di aver sbagliato. Hanno aspettato troppo a fermarti.
Noi ci siamo dovuti muovere in fretta. Il poliziotto che ti ha raggiunto per primo è uno dei nostri».
«Ah sì? E cosa mi ha fatto con quell’affare che aveva in mano?»
«Ha prelevato il tuo DNA. Per trasferirlo nel simbioide».
«Cos’è un simbioide?»
«È l’imitazione Oren di un corpo umano. Di solito, loro, per farlo sembrare vivo, inseriscono parti cybernetiche. Ma a noi, visto che doveva solo essere scambiato per il tuo cadavere, è bastato dargli il DNA».
«E poi?»
«E poi è bruciato nell’ambulanza finita fuori strada dopo l’incidente con l’auto guidata da un nostro uomo. Anche il dottore e gli infermieri sono dei nostri. Dicono di essersi salvati per miracolo. In realtà sono saltati fuori prima dello scontro».
«Perché tutta questa fatica per me?»
«Perché sei potenziato con gomoth classe 7. non sono il massimo, ma comunque ti danno alcuni importanti vantaggi».
«Mi troveranno, quelle diavolerie servono per tracciarci tutti».
«Servivano. Devo ammettere che sui classe 7 non avevo mai messo le mani. È stato difficile, ma ci sono riuscito. Ora sei isolato dal sistema».
Forse sono con amici. Sento il bisogno di confidarmi.
«Devo avvertire mia moglie che sono vivo. Ho fatto questa pazzia perché odio l’Impero. Hanno convinto i miei figli ad arruolarsi e sono due anni che non li vedo».
Numero 1 mi guarda e si vede che ha qualcosa di grave da dirmi. Esita.
Poi si decide.
«Tuo figlio…»
«Mio figlio?»
«Tuo figlio Arvid… è morto. In uno scontro su Kandiscar 6».
È come se qualcuno mi avesse infilato con una spada passandomi da parte a parte. Il dolore è fortissimo e so che non si attenuerà. Mi piego, cercando sollievo. Mi tornano a mente tutti i momenti felici passati con lui. E mi torna in mente l’ultima volta che l’ho visto: quando urlavo di rabbia perché aveva convinto anche suo fratello Olav ad arruolarsi nella fanteria d’assalto.
Ora che so di averlo perso per sempre vorrei non avergli mai detto quello che invece gli ho detto, vorrei poter tornare indietro.
«Come fate ad esserne sicuri?» dico alla fine con le lacrime agli occhi.
«Abbiamo molti contatti nell’esercito e avevamo raccolto informazioni sul tuo conto. Gli Oren aspettano sempre ad avvertire i parenti in questi casi, l’età avanzata a volte, risolve il problema. Perché si scopre che chi è a casa ad aspettare nel frattempo è deceduto».
«Maledetti!» ringhio stringendo i pugni.
Numero 1 poggia la mano sulla mia spalla, per consolarmi. Comprende il mio momento di estrema debolezza.
Mi parla come un amico.
«Scopriremo su quale nave è imbarcato l’altro tuo figlio. In qualche modo cercheremo di aiutarlo, ma tua moglie deve credere che sei morto davvero. O tutta la nostra organizzazione sarà a rischio».
«Voglio sapere dov’è Olav. E voglio raggiungerlo. A costo di arruolarmi anch’io!»
FINE?













































